A.  domande di Sesso, Coppia, Amore e Relazioni  |  Inserita il

Mantova

Non riesco a capire cosa ci sia accaduto

Ho 40 anni e il mio ex compagno ne ha 35. Ci siamo lasciati circa sei mesi fa, dopo una relazione durata tre anni e mezzo. È stata una relazione molto importante per entrambi e nonostante la separazione, faccio ancora fatica a considerarla una storia finita. Tra noi c'era amore e un progetto di vita importante. Avevamo parlato della possibilità di avere un figlio e di costruire una famiglia insieme, ma la distanza tra noi, è sempre stata un elemento problematico e, nel tempo, si sono aggiunte altre difficoltà. Il mio ex è una persona molto generosa, disponibile e accomodante. Ha un forte senso del dovere e tende a prendersi molte responsabilità. Anche dal punto di vista lavorativo ha fatto scelte molto impegnative, probabilmente mettendo spesso i propri bisogni in secondo piano. Allo stesso tempo, è una persona emotivamente piuttosto chiusa: quando sta male tende a non parlare e a spegnere le emozioni che vive come troppo ingombranti.
La nostra relazione è entrata in una fase di crisi quando io ho iniziato ad avvicinarmi a un’altra persona, senza mai confessarlo. In quel periodo vivevo una situazione familiare complessa e ho cominciato a mettere in discussione il progetto di avere un figlio. Ho mantenuto parallelamente questa seconda relazione e, progressivamente, sono diventata molto critica nei confronti del mio compagno. Ho iniziato ad accusarlo di non aver veramente voluto alcune delle cose che avevamo progettato, di non essersi impegnato abbastanza e, soprattutto, di non avermi resa felice. Ora, riguardando a quella fase, mi chiedo quanto queste accuse rappresentassero davvero ciò che pensavo di lui e quanto invece fossero legate alla mia confusione, alla presenza dell'altra persona e alla situazione familiare che stavo vivendo.
Lui, invece di reagire apertamente e di rassicurarmi come aveva sempre fatto, si è progressivamente chiuso. Non parlava molto di quello che provava e contemporaneamente stava affrontando un periodo di forte stress anche sul lavoro. Ho avuto la sensazione che abbia iniziato a vivere la relazione come qualcosa in cui non riusciva più a essere all'altezza delle mie aspettative. Alla fine mi ha lasciata dicendomi che aveva perso i sentimenti e che non si sentiva più in grado di darmi ciò che volevo. Tutto questo mi ha causato un dolore lancinante e ho tentato in tutti i modi, fino a qualche settimana, fa di convincerlo a riprovarci, ma lui mi ha detto che non riesce a badare a se stesso, che non può più sostenere questa relazione e che deve spegnere quello che sente per non impazzire. Si arrabbia quando io riduco questo momento ad una crisi di coppia, affermando che è una crisi personale dalla quale deve uscire da solo.
Oggi, a distanza di sei mesi dalla rottura ufficiale, noto in lui un forte senso di colpa per come è andata la nostra relazione e per avermi ferita. Allo stesso tempo, sembra sentirsi in qualche modo “sbagliato”, come se avesse fallito non soltanto nella relazione con me. Contemporaneamente, però, sto osservando in lui alcuni comportamenti nuovi, cose che prima non faceva e che sembrano indicare un tentativo di vivere in maniera diversa, di sperimentare una maggiore libertà o di ridefinire la propria identità. Questa apparente contraddizione mi fa pensare che possa essere in una fase di profonda riorganizzazione personale. Mi chiedo se questa crisi possa essere collegata anche a un modello che ha avuto per molto tempo nella propria vita: la tendenza a mettere i bisogni degli altri davanti ai propri, ad adattarsi e a fare ciò che ritiene giusto o necessario per non deludere le persone a cui vuole bene. In particolare, penso al rapporto con sua madre, che percepisco come una persona molto controllante, emotivamente immatura e fortemente centrata sui propri bisogni. Ho la sensazione che lui abbia imparato negli anni a sacrificare parti di sé e delle proprie esigenze per non scontentarla, assumendo un ruolo molto accomodante e responsabile all'interno della famiglia.
Mi chiedo quindi se la relazione con me possa aver rappresentato, almeno in parte, il punto in cui questo meccanismo è arrivato al limite. Da una parte lui desiderava costruire una vita con me e sembrava investire molto nella relazione; dall’altra potrebbe aver accumulato nel tempo una sensazione di rinuncia ai propri bisogni, senza riuscire realmente a esprimerla. Quando io ho iniziato a criticare le sue scelte, a mettere in discussione il nostro progetto e contemporaneamente mi sono avvicinata a un'altra persona, potrebbe essersi attivata in lui la convinzione molto profonda di non essere abbastanza e di non riuscire a rendermi felice? Se così fosse, potrebbe essersi ritirato e aver concluso che l'unica soluzione fosse lasciare la relazione? Questa lettura, tuttavia, è una mia ipotesi e vorrei capire quanto possa essere fondata.

  1 Risposte pubblicate per questa domanda

Dott.ssa Ursula Fortunato Inserita il 11/09/2026 - 14:13

Milano
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Buon pomeriggio A., grazie per aver condiviso in questo breve spazio la sua storia, ricca di dettagli. Si percepisce quanto la situazione sia importante per lei, al tempo stesso carica di dolore e intensanente i dubbi vagano ricercando risposte e significato.

È comprensibile provare tanta sofferenza, davanti alla fine di una relazione.
L'intensità delle emozioni, il desiderio di ricercare risposte, rischia di diventare un labirinto dal quale è difficile uscirne da sola.

Credo che un colloquio psicologico online, potrebbe offrire lo spazio adeguato dove aprirsi ed essere ascoltata, canalizzare il flusso di questi pensieri, esplorare la sofferenza, comprendere le sue dinamiche relazionali.

Se sente che è il momento giusto, possiamo iniziare a fare ordine insieme. Può contattarmi liberamente, mi trova disponibile con consulenze e supporto psicologico online.

Dopo il primo colloquio conoscitivo, possiamo passo passo decidere insieme come procedere.

Un caro saluto.
Dott.ssa Ursula Fortunato